artrite reumatoide · autoimmunità · dolore cronico · GRATITUDINE

Anche questa è fatta!

Eccomi qui, di nuovo in piedi 🙂 no, non è vero scherzo sono in sedia a rotelle… ma almeno non sto più in ospedale.

Per farvi capire:

Ho cercato di non pensare all’intervento, di non guardare video su internet, di non leggere, di non immaginare. Ho cercato di affrontarlo come se fosse esattamente così: ineluttabile. Ti alzi, NON fai colazione, NON bevi, NON ti lamenti, NON pensi, esci, prendi la borsa, cerchi di ridere alla battute di tuo figlio che ha una paura fottuta – e anche tu ma non puoi farglielo vedere- , arrivi in ospedale alle 6.30, ti danno la stanza a mezzogiorno.

Ho congedato mio padre e A., che tanto abitano a due passi dal Policlinico e ho deciso di aspettare da sola che mi chiamassero. La foto a destra è stata scattata quando l’infermiera ha messo dentro la testa e mi ha detto: “si metta il camicino che la vengono a prendere” e io ho pensato: “ok, è fatta ci siamo, respira, non pensare, respira“. Non voglio essere patetica e poi c’è Gaia che mi parla nella testa e mi dice che non devo avere paura che a lei gli interventi la fanno ridere e a me Gaia piace ma non posso non chiedermi come sia possibile. Ma non c’è solo Gaia, c’è anche la mia sorellina Sara che so che se fosse con me (e Dio sa quanto l’avrei voluta lì con me) mi farebbe ridere fino a lacrimare e mi farebbe dimenticare che stanno per aprirmi come un tacchino il giorno del Ringraziamento.

Sono lì che combatto con i laccetti del camicino e mi dico che sopravvivo al dolore cronico da 19 anni, come posso aver paura di qualcosa che non sentirò neanche perchè stordita dall’anestesia? Eppure tremo, non fa freddo ma i denti battono e le gambe sono tese come dal dentista e non respiro neanche tanto bene. Mi dimentico di respirare e allora penso a Chiara e Paolo e immagino che siano a tenermi le mani e a farmi vedere la luce bianca che entra piano piano da sopra la testa e…. ed entra un infermiere che inizia a sparare cazzate riuscendo persino a farmi ridere, mentre mi abbandono all’idea di star perdendo anche quel briciolo di dignità che mi era rimasta (il camicino è trasparente, per la cronaca) mi infila la cuffia che sembro mia nonna che va a pelare le galline. Usciamo dalla stanza e io spero che il percorso per arrivare in sala operatoria sia lunghissimo: corridoi stile Shining che non finiscono più, come quando andavo a fare gli esami all’Università e il tragitto mi pareva l’unica salvezza, l’unica barriera tra me e l’inevitabile, ma col cazzo. Basta fare una curva, prendere un ascensore che sembra un sarcofago e scendere di un piano. E’ fatta.

Non so dire se nella sala delle anestesie c’è freddo, secondo me obiettivamente si, ma forse sono io ad essere in stato di shock. Quello che so è che siamo sottoterra senza finestre, in mezzo a tanta gente vestita di verde con le cuffie e la tuta tirata su fino a coprire gli occhi, che c’è tanto freddo e che mi pare più una camera mortuaria che altro. Mi battono i denti senza tregua, non voglio sembrare un’idiota ma non sono in grado di fermarli e penso: “ragazza ti sei fatta tredici ore di travaglio dai, piantala su!” ma non c’è mantra che mi calmi.

Via il camicino, adesso sono nuda sotto un lenzuolino che non scalda nemmeno un pò e ho sempre più freddo e sempre più paura. Mi spostano dietro ad una tenda e iniziano a misurare la pressione e ad accorgersi che sto dando i numeri, arriva un calmante e finalmente inizio a rilassarmi. Non devo più pensare ai denti che sbattono, né alle gambe contratte. Mi chiamano tesoro, e amore mentre armeggiano con fili e tubicini e sembra una cazzata ma invece fa effetto.

E poi vedo lui. Mi appare in quel momento come una visione: un volto amico, conosciuto, in mezzo al caos in cui mi trovo. Il mio chirurgo, il dott. Franceschi, si avvicina sorridendo e mi pare la cosa più bella che abbia visto da così tante ore. Mi spiega che non faranno la sedazione perchè non sa quello che troverà quando aprirà il ginocchio e preferisce avere un’anestesia più forte, o qualcosa di simile. Riesco a dire: “quello che vuole lei“, farei tutto quello che mi dice, mi fido di lui ed è una bellissima sensazione. Sono nelle sue mani e so che posso lasciarmi andare, che andrà tutto bene. Mi fa un sorriso, una carezza e mi lascia nella mani dell’anestesista che inizia a fare la spinale credendo che basterà.

Credendo veramente che entrerò in sala operatoria accettando di essere sveglia durante l’intervento. Si vede che non mi conosce. “Vuoi stare sveglia?” – mi chiede -. Non rispondo, penso basti l’occhiata. Si avvicina l’ennesima siringa, e sento arrivare la più bella sensazione di sempre.

Quello stato di ignoranza in cui va bene tutto basta che ti lascino chiudere gli occhi.

Ieri sera ho ricordato che qualcuno mi ha chiesto qualcosa sul tatuaggio, quello che io e Sara abbiamo fatto insieme, qualcosa del tipo: “quando l’hai fatto?” ma ricordo di non aver risposto. Deve essere stato il momento in cui sono partita. Era una di quelle domande trabocchetto che fanno gli anestesisti per vedere se ci sei ancora. Ma non ci sono più.

Serena, svegliati“. Di già? E’ passato solo un attimo, era bellissimo, si stava così bene.

Non so se rivoglio la realtà. Col drenaggio che brucia, le gambe che non riesco ancora a sentire, e l’anestesia che mi fa sragionare e pensare che la cosa più bella sia stata aprire gli occhi e rivederlo. Mi ha fatta sentire il centro del mondo. Sembra una baggianata invece era tutto. Mi ha sorriso, tenuto la mano…era lì per me come se ci fossi stata solo io. Me ne sono innamorata. Dei suoi modi, del suo sorriso. Della cura. Dell’attenzione. Tanti anni di ospedali e medici e siringhe e flebo e dolore e paure e mai nessun medico che mi abbia fatta sentire così. Indubbiamente è una persona meravigliosa. Sarà così con tutti i suoi pazienti, saperlo però non cambia l’intensità della gioia che ho provato.

In ospedale ti senti fragile, sei fragile. Qualunque attenzione è come una carezza e io ne ho ricevute tante. Le infermiere non hanno mai smesso di sorridere e di far ridere me e la mia compagna di stanza, gli infermieri scelti tra le pagine di Vogue uno più carino dell’altro, la stanza bella e pulita, luminosa. Mi sono sentita a casa.

Adesso però sono a casa. Sulla seggiolina che era del nonno e che sto impararando ad usare, sulla seggiolina a impartire ordini e fare richieste all’adolescente che sta iniziando ad avere paura di me. Lo faccio correre da una parte all’altra e mi faccio viziare; tra una tachipirina e una puntura di eparina, tra un esercizio per tendere la gamba e una riflessione sulla mia vita. Che è una figata, comunque. Perchè io adoro le strade tortuose e questa cazzo se lo è. Mi sta insegnando tanto, tutto, mi sta portando dove non avrei mai immaginato di arrivare, mi sta mostrando quanta forza ci sia dentro di me. E come dice Gaia mi nutro di lei e la uso per andare avanti. Sempre più avanti. Non mi fermerò più.

Grazie a tutte le persone che in questi giorni mi sono state vicine, a tutti gli amici che hanno avuto un pensiero e che hanno scritto, telefonato, chiesto come stavo.

Grazie a tutti i medici, gli anestesisti, le infermiere, i miei genitori… la forza non nasce da sola, ma arriva dalle persone che hai attorno e che ti danno coraggio. Arriva da tutti quelli che riescono a farti dimenticare che questo intervento non è la conseguenza di una caduta o una partita di calcio, ma è la stronza che cerca di mangiarti dentro.

Non ci riuscirà. MAI. ❤

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20 thoughts on “Anche questa è fatta!

  1. carissima Serena
    mi sono commossa a leggere la tua esperienza, la tua dolcezza, il tuo coraggio , la tua verità di donna che lotta con tutta se stessa contro il male… sei una forza della natura, ti auguro davvero ogni bene e ti mando un abbraccio forte, forte con il messaggio di non arrenderti mai..sei più forte tu…
    Daniela

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  2. La mia cara vecchia zia oggi è riuscita a farmi quasi piangere. Ma commuovere certamente sì. Sei una forza, nelle tue fragilità e limiti. Lo sei perché li riconosci, perché non hai paura di provare paura. Il dolore cronico ti insegna a non mollare mai, perché non puoi. Perché l’alternativa sarebbe smettere di vivere… ma tu vuoi vivere. La nostra forza viene sì, dalle persone che ci circondano ma è TUA… Sere, quella forza che hai sei TU!!! Perché sei incazzata, arrabbiata, frustrata… Ma vuoi vincere. TU VUOI VINCERE questa battaglia, ed è quando lo capisci che trasformi il negativo in positivo, la rabbia in coraggio. Sei un grande esempio per tutti noi, non mollare mai e non perdere mai questo meraviglioso senso ironico che hai!! Ci regali un mondo di sorrisi!!!

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