mamma · maternità · positività

Il bello delle ‘piccole’cose.

Qualche giorno fa io e Ale siamo usciti direzione Feltrinelli.

Lui con in tasca il suo ultimo incredibile 10 in scienze e io con il mio 10 in mammitudine volevamo farci un regalo.

Ho scelto il taxi per l’andata perché non ero certa che la mia caviglia avrebbe retto e la prospettiva di trovarmi in mezzo alla tormenta  tutta dolorante non mi attirava molto.

Fino a pochi giorni fa c’erano ancora 16° la mattina e improvvisamente è arrivato l’inverno: quel giorno qui c’era veramente un tempo da lupi!

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Appena entrati lui è corso verso la sezione ragazzi e io senza esitazioni mi sono tuffata nella stanzetta appena entrati a destra, dove speravo ci sarebbe stato l’ultimo libro della mia adorata Saga del pugnale nero.

Al ritorno ho provato a camminare e ho deciso di buttarmi: avremmo fatto a meno del taxi. Con con mia immensa gioia e sorpresa i tendini hanno retto benissimo fin quasi a casa: a metà della via ho iniziato a zoppicare ed accusare il colpo, ma ormai ero troppo felice per sprecare tempo e pensare al dolore .

Poco prima Ale aveva iniziato a lamentarsi che era stanco e voleva chiamare il taxi ma io ero carica dalla mattinata di riposo, felice per il nuovo acquisto (un libro nuovo ha su di me un effetto che si avvicina moltissimo a quello del chianti) e serena perché avevo davanti una serata rilassante in compagnia dei miei amici sovrumani e pazzescamente erotici. Ho scelto di restare calma anche se le sue proteste iniziavano a farmi innervosire e mi sono giocata la carta della distrazione.

Invece di puntare l’attenzione sulla sua lamentela ho deciso di bluffare e ho cominciato ad elencargli tutte le cose bellissime, magiche, piccole e nascoste che potevamo vedere muovendoci a piedi e che non avremmo notato se avessimo chiamato il taxi.

I ciottoli di varie forme e colori, una vetrina illuminata, le tabelline, domande sui suoi amici e sugli insegnanti, il gioco dei perché, il camminare seguendo una linea retta, la forma delle nuvole….

Lui era come sempre tra il reticente e il girato di balle:  mi snobbava, faceva finta di non ascoltare e parlava sopra la mia voce, tanto che ero quasi certa di aver perso, finché davanti a noi si è formato un mulinello che cresceva  diventava sempre più gonfio e pieno e alto di foglie verdi e rosse e marroncine e oro bruciato e fuoco e rame, che giravano di fronte a noi spinte da un vento gelido e improvviso.

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Nell’attimo in cui stavo per aprire bocca e farglielo notare lui mi ha preceduta: “mamma guarda là!” – mi ha detto con voce gioiosa, una voce così diversa da quella annoiata e cantilenante che aveva usato fino ad un attimo prima – “guarda che belle che sono e che colori strani!“.

A quel punto non l’ho fatta la lezioncina.

La maestrina dalla penna rossa che è in me avrebbe tanto voluto dire: “te l’avevo detto che era più bello andare a piedi?!” e altre mille cose sensate e noiose e utili e intelligenti e appropriate. Ma ho deciso di stare zitta.

Mi sono concessa un attimo di silenzio e sono riuscita stranamente a ficcare un momento di pausa tra il pensiero appena nato e la voce che spargeva saggezza.

Mi sono detta che l’aveva già capito.

Senza che io dovessi dire o fare alcunché lui aveva visto esattamente quello che volevo fargli notare.

Non era successo nulla di grandioso né di straordinario, eppure quella sera il mio bigliettino da mettere nel vaso della felicità è stato su questo avvenimento. Perché mi ha regalato una serata felice e positiva, perché ho avuto un feed back – e vi assicuro che con i figli adolescenti di feed back se ne hanno proprio pochi e anzi, delle volte vorreste non averli – su ciò che stavo facendo.

Questa delle foglie, del camminare, del provare a distrarlo con l’astuzia e l’amore anziché litigando come sarebbe stato più semplice fare – un tranello in cui troppe volte sono caduta – è stata la riprova che spesso anche se la strada che scegliamo come genitori ci sembra difficile, piena di ostacoli, insensata, inutile o troppo complicata, i nostri figli possono stupirci. Ci insegna che non dobbiamo mai smettere di credere che possano essere migliori di ciò che vogliono farci vedere.

Ci insegna a credere in loro ma soprattutto a credere in noi!

Queste cose me le ha insegnate un’amica con la quale ci siamo anche”scontrate” (lo stai scoprendo ora? Hehehehe) riguardo l’educazione. Di certo abbiamo sistemi diversi, diverse visioni e modalità com’è giusto che sia. Ma da lei ho imparato tanto e di una cosa la ringrazierò sempre: avermi mostrato che dedicare del tempo ai nostri figli, anziché credere che a 12 anni siano ormai grandi e in grado di fare e capire tutto da sè, è un dovere che abbiamo ancora. Verso di loro e verso noi stessi.

Allungare un i- pad a tavola, al ristorante o al bar mentre si sta facendo aperitivo con gli amici, lasciare il telefono affinché giochino lobotomizzati e non disturbino è facilissimo, e dà anche un sacco gusto. Lì per lì.

Portarsi dietro il monopoli e giocare con loro qualche partita prima di dedicarsi alle chacchiere, insegnargli a giocare a carte perché possano divertirsi con gli altri bambini del gruppo, portare i bastoncini da shangai e invitarli ad usare quelli al posto del telefono o del nintendo, o perdere un’ora tra un bicchiere di vino e uno scooby doo, anche se quella sarebbe stata la tua serata, è molto più difficile ma…è impagabile.

E’ nei loro occhi – dopo – la risposta.

La risposta la trovi  quando tu e lei che credevate di avere davanti una serata lenta, giocosa, buffa e alcolica vi ritrovate alle 22.00 con il bicchiere pieno di un liquido ormai caldo, i capelli arruffati, la borsa rovesciata, le carte per terra, il barista che vuole strangolarvi, un livello di euforia molto simile a quello della pazzia mentale, ma vedete i vostri figli ridere a crepapelle, seduti al tavolo vicino a voi, giocare insieme al gioco che gli avete insegnato.

E’ quando li vedi  fare duemila scooby doo e venderli abusivamente a tutti quelli che entrano nel locale, che capisci che la mezz’ora persa prima era in realtà tempo di qualità guadagnato.

Un insegnamento che nessun telefonino, nessun i – pad, nessun computer potrà mai dare.

E’ il senso del tempo che hai deciso di dedicare a loro che forse non verrà ripagato nell’immediato, ma che sono certa darà ottimi frutti. Un giorno o l’altro.

Il senso è lì. O per lo meno lì è dove lo trovo io.

E dove Sara mi ha insegnato a cercarlo.

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