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Hockey. O di una cosa che si è scelto lui.

Ciao 🙂 ,

Oggi vi voglio parlare di un problema che mi ha afflitta per anni. Ale e lo sport.

Ora io non sono una che fa le maratone, comunque non sto ferma un attimo. Niente può impedirmi di fare i 40 minuti di cyclette al giorno piazzata davanti alla tv in salotto mentre guardo qualcosa di registrato (di solito Grey’s, Graceland, Homeland, Scandal,  Profiling o Criminal Minds, ma pur di far passare il tempo ho guardato di tutto…. tutto tranne Il contadino cerca moglie!). Quando non avevo problemi alle ginocchia andavo a correre, o a camminare o a nuotare.

Gli ho sempre raccontato che il movimento mi faceva sentire meglio, che mi rilassava…. abbiamo fatto tante passeggiate sulla pista ciclabile dietro casa, tante pedalate e tante corse insieme. In tutte le condizioni, persino con la neve.IMG_6300

Ho cercato di trasmettergli la passione per il movimento, non per l’agonismo, eppure l’ho costretto per tre anni a fare uno sport che non gli piaceva perché io non volevo che mollasse. Mi ero fatta l’idea – sbagliatissima – che smettere sarebbe stata una sconfitta quando alla fine dei conti la sconfitta è stata mia perché solo dopo che ha trovato la forza e il coraggio di parlarmi, solo dopo che i suoi stessi pensieri gli si erano chiariti ed era stato in grado di prendere una decisione, mi sono accorta di quanto avesse sofferto fino a quel momento.

Quando ha iniziato non era convinto né per il sì né per il no. E io ho spinto, e ho spinto e ho spinto finché credo che ad un certo punto abbia soltanto smesso di cercare di dire la sua. Si è semplicemente adagiato in una situazione che oramai era diventata routine. Io che sbraitavo per andare ad allenamento e lui che inventava mille scuse per evitare. Credo di averlo visto uscire di casa felice due volte in tre anni.

E io non mollavo mai. C’era sempre un valido motivo per spingerlo ad andare. Avevo pagato l’anno. Non volevo che lasciasse una cosa a metà che ho sempre il terrore che sia uno che non lotta per ottenere ciò che vuole. Poteva dirmelo prima. Ormai mi ero preparata per uscire. Doveva avere il coraggio di parlare ed essere chiaro.

Diciamo che non l’ho aiutato per niente. Non l’ho aiutato a fare chiarezza, ad avere il suo tempo per elaborare e capire. Non ho creato un clima di serenità nel quale lui potesse decidere senza sentire pressioni addosso.

Ma anche io non mi capivo. Non riuscivo a districare le due paure: che mollasse una cosa che in fin dei conti gli piaceva solamente perché richiedeva sforzo e impegno, o che davvero non fosse lo sport per lui. Quanto erano fuse assieme le due cose? Quanto c’era dell’una e quanto dell’altra?

Per non parlare delle gare. Un vero e proprio incubo. Per tutti e due! Iniziava un mese prima a tormentarsi. Io cercavo di lasciarlo libero nella decisione, o almeno così credevo, ma forse la mia pressione sotterranea si sentiva. Forse lui avvertiva che io avrei voluto. Sicuramente non sapeva cosa fare e questo gli creava un’angoscia tremenda da sopportare.

Ci ha messo un’anno a decidersi a parlare. Aveva paura delle reazioni di tutti. Dal maestro, agli amici, a me, ai nonni……ma quando ha trovato il coraggio di farlo si è accorto di avere attorno una famiglia che lo capiva e non solo, che stava aspettando da mesi quel momento! La sua decisione in un certo senso ha liberato tutti noi.

E poi gli ho parlato.

Una volta sola. Dopo aver organizzato i pensieri per settimane l’ho chiamato in cucina attirandolo con le noccioline e quando ho avuto la sua attenzione ho parlato.

L’ho rassicurato che avrebbe potuto continuare solo tromba, che non era obbligato a fare uno sport. Che avevo capito. Ho chiesto scusa per gli anni in cui invece non l’avevo capito per niente, ho cercato di spiegare le mie ragioni. Lui ascoltava, in silenzio, sgranocchiando. Sono andata avanti a parlare per un’ora sentendomi anche molto tronfia per quello che stavo dicendo e per tutta la saggezza che distribuivo. Quando ho finito mi ha fatto un sorriso, è sceso dallo sgabello e ha fatto per uscire dalla cucina. Poi si è fermato un attimo, si è girato e afferrando altre noccioline mi ha detto: “ah mamma?! Inizio hockey con tutti i miei compagni!“. Ed è uscito.

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Ieri ha deciso di partecipare alla prima partita.

Ha scelto lui di provare. Con timore, perché non è uno portato per l’agonismo… credo….

Ma forse il punto non è nemmeno questo.

Forse si tratta semplicemente di lasciargli il tempo di arrivare alle sue vittorie, ai suoi limiti, con i suoi tempi. Standogli accanto, facendo il tifo – perché io sarò sempre e comunque la sua più accanita cheerleader – ma senza volermi sovrapporre a lui.  Cercando di sostenerlo senza che se ne accorga, di guidarlo senza forzare la sua volontà. Di capire quali sono le sue paure ed aiutarlo a sconfiggerle.

Vederlo correre felice per ore, con i capelli scompigliati, sudato ma mai stanco, mai con quell’aria strascicata e moribonda che gli ho visto addosso in tutti questi anni. Vederlo scherzare con i compagni … persino con le femmine (eh si, sono squadre miste e sono bellissime!), è stato fantastico!

Ancora una volta Ale mi ha dato una lezione: mi ha insegnato che devo lasciargli il tempo di esprimere sé stesso, di capirsi. Mi ha ricordato che lui non è me, che ha dei tempi suoi, e che devo imparare a rispettare.

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