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Perchè per me è così importante condividere

Quando qualcuno risponde alle mie parole dicendomi che sono arrivata al cuore riesco a toccare il cielo con un dito. Fare qualcosa per gli altri. Essere utile. Regalare un respiro di leggerezza, una lacrima di gioia o di commozione è come portare per un attimo il peso al posto loro.

Ed è una cosa che riesco a fare con facilità. Non è altro che una dote: non l’ho meritata, l’ho scoperta nel corso del tempo come una pietra preziosa a lungo nascosta dal fango che piano piano, una goccia alla volta è stata riportata alla luce. Negli anni mi sono colpevolizzata tante volte per non essere riuscita a capirlo prima. Avrei potuto studiare da infermiera, da psicologa, da assistente sociale, mi dicevo e invece? Invece dopo mille peripezie ho studiato scienze della comunicazione senza peraltro riuscire a portare alla luce questa mia attitudine. Credevo di aver sprecato tempo e occasioni. Fino ad oggi. E ora forse capisco che questa scelta di vita ha avuto un suo senso. Perché per aiutare si comunica. Sempre.

La mia attitudine si è trasformata in un’impellenza perché aiutare gli altri, alleggerire i pesi delle loro vite, riuscire a strappare un sorriso, far sentire qualcuno meno solo è benzina per me, è gioia e soddisfazione. E’ il senso che vorrei dare alla mia vita.

Il mio dono penso sia riuscire essere in grado di trovare il bello, il buono, l’utile in tutto quello che mi accade. Questo mi permette e mi ha sempre permesso di trasformare anche l’esperienza più dura in qualcosa dotato di senso. E quando riesci a dare un senso alle cose che ti accadono, anche se non le capisci, anche se inizialmente possono apparire prive di logica, incomprensibili, tutto si fa più chiaro. Mi piace mettere questa dote al servizio degli altri, mi piace aiutare a sbrogliare i pensieri intrigati, come mi piace sbrogliare i fili che si annodano degli auricolari o delle luci di natale… è la stessa cosa….mi metto lì, respiro, cerco di capire da dove parte il caos….risalgo piano piano….e alla fine arrivo…al nodo…al cuore… Non ho la pretesa di pensare di curare le persone, ma so far ridere, e so sdrammatizzare, e so anche che questo è fondamentale perché mi ha salvata più di una volta dal baratro quando tutto sembrava perso.

Credo nella magia, nel potere di attrarre ciò a cui aspiriamo, nel potere dei sorrisi, credo che una mano tesa sia più potente del cortisone.

Un pomeriggio ero in divano con mia mamma, filosofeggiavamo sul senso della vita e ad un certo punto all’improvviso ho avuto un’illuminazione. Io non funziono per immagini, e nella mia mente ho visto queste parole prendere forma:

b3acf5ed8dbb10e828dbad7f1b7e0219“forse il senso della vita è questo mamma” – ho detto – “non è combattere la malattia, liberarmene, trovare una cura a tutti i costi, uscire dal tunnel….il senso è questo…è vivere con lei…imparare ad accettare…..“. In quel momento mi sono sentita inondata di pace.

Non è sempre così facile e non è nemmeno detto che si arrivi a crederlo o a comprenderlo veramente, ma posso testimoniare che in quel breve attimo di consapevolezza mi sono sentita libera da ogni peso e da tutte le paure.

Vorrei essere per gli altri quello di cui ho avuto bisogno io, perché so come ci si sente soprattutto all’inizio, quando viene diagnosticata una malattia cronica. So come ci si sente spauriti e persi e si ha la testa piena di mille domande e dubbi e troppo spesso i medici non sono lì per risolverli o per dedicargli più del tempo necessario.

Sulla definizione di tempo necessario ci tornerò in un secondo momento perché anche qui di cose da dire ce ne sono in abbondanza.

So che  dopo la diagnosi di solito si va a casa e si hanno due tipi di reazioni:

  1. si da piena fiducia ai medici, si inizia la terapia e si cerca di andare avanti con la propria vita lasciando che la malattia abbia un ruolo marginale e secondario nella propria routine. Ma per esperienza – e non solo mia – so che spesso prima o poi qualcosa si rompe e si finisce con l’adottare il secondo atteggiamento:
  2. si corre a casa e si cercano informazioni di qualsiasi tipo OVUNQUE. E’ un errore. Certamente è un errore perché in rete si trova di tutto e di più e non siamo medici, capire come muoverci nel marasma di pagine e forum e consigli che si trovano in giro è difficile, si rischia di andare in confusione.

Va bene ma allora??? Cosa possiamo fare per capire?? A chi possiamo rivolgerci??

Nel mio libro ho sostenuto più volte che avere una persona di fiducia sia essa il prete del paese, la migliore amica, la mamma, la psicologa, la collega, insomma qualcuno di cui ci fidiamo al quale poter raccontare quello che ci sta succedendo e ci sta sconvolgendo la vita è FONDAMENTALE! Non possiamo portare da soli questo peso sulle spalle e pensare di venirne fuori come niente fosse, non si può. Non è pensabile. L’artrite reumatoide è una malattia grave anche se – e mi chiedo SEMPRE come sia possibile – poco conosciuta.

Ci sono così tanti cambiamenti in atto che è quasi impossibile gestirli tutti senza contare su nessuno. L’uomo è un animale sociale (nella maggior parte dei casi) e quando sta male lo è ancora di più. Quando sta male torna alla caverna, non resta fuori nel mondo a fare il guerriero e cacciare mammut, deve tornare al caldo vicino al fuoco, dove qualcuno può occuparsi di lui, e ritrovare le forze. Ritrovare sè stesso. Perché dopo la diagnosi cambia tutto per sempre. Dopo quelle due parole ti è stata appiccicata addosso un’etichetta che non se ne andrà mai più. E ti è stata appiccicata addosso anche la certezza non solo che non guarirai mai, ma anche che dovrai convivere per il resto della vita con il dolore cronico.

E non sai probabilmente ancora niente della stanchezza cronica. E del senso di colpa.

Il corpo – come dice il mio shiatsu-ologo – ti sta dando un’informazione che gli pare anche intelligente poveretto. Infatti vede nelle tue stesse cellule qualcosa che non va e dice:”guarda che c’e un casino qui dentro, te sta buono che ci penso io!” e tu vorresti dirgli: “nooooo!!!!!!!!! Non hai capito un cazzo sta fermo!!! Non ti muovere, non è come pensi tu, non c’è niente che non va, sei te che hai capito male! STA FERMOOO!!!”. Ma niente ormai è andata è sceso in guerra, solo che nel suo essere preciso e perfetto non ha notato un piccolissimo particolare: E’ ENTRATO IN GUERRA CONTRO SE’ STESSO!!!

Essere quelli che si era prima, quando il tuo corpo mette in atto tutto quello che può per dimostrare che non è così, è qualcosa di destabilizzante. A livello mentale.

A livello fisico è tutta un’altra storia. Il dolore cronico porta alla pazzia. consuma il senno, consuma il sonno, consuma le ossa, consuma la vita. Combattere contro sè stessi ogni giorno è da pazzi, inspiegabile e incomprensibile per chiunque non lo stia provando o l’abbia provato. E anche per chi lo prova. Io ancora ogni tanto cerco il tasto off che mi pare ASSURDO che uno debba passare mesi a soffrire, anni…..a volte con tutto che sostengo di essere illuminata non ne vengo fuori nemmeno io.

Dal momento della diagnosi a quello in cui si capisce che-  o si soccombe o si inizia a lottare – la strada è lunga ed è difficile.

C’è bisogno di un amico. C’è bisogno di condivisione e ASCOLTO.

E io, nel mio piccolo, sono qui per questo.

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