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Quanto spesso i nostri figli sono il nostro progetto o il nostro riscatto?

Oggi un’amica mi ha chiesto un parere su un comportamento di suo figlio. Mi ha chiesto se dovesse insistere, fare la voce grossa. Farsi ubbidire. Obbligarlo ad andare a lezione di nuoto anche se lui piangeva e non voleva.

Mi sono sentita di dirle di no. E senza stare qui a raccontare il caso particolare del suo bambino- tra l’altro una situazione in cui lui si era sentito in grande disagio la volta precedente e quindi era probabilmente del tutto legittimato a dire di no – ho ripensato alle mille volte in cui ho prevaricato Alessio senza alcuna ragione sensata. Anzi una ragione c’era, ma era ciò che di più insensato potesse esserci.

E ci sono stata malissimo. I sensi di colpa non servono a nessuno; né a chi li prova e nemmeno a chi ha subìto il fatto, eppure non sono riuscita a non ripercorrere tutte quelle volte in cui invece di fare uno sforzo e mettermi nei suoi panni sono rimasta incollata ai miei come se fossero un’armatura. Come se cedere di un passo, provare a capire, fare un passo indietro, avesse significato perdere del tutto la mia autorità di madre.

In particolare mi è tornato in mente un episodio: quando ad una gara di taekwondo (sport che peraltro non ha mai amato) ha avuto mal di pancia, o se l’è fatto venire apposta per non proseguire la gara.

Devo fare una premessa prima…..io da piccola andavo a cavallo, ho iniziato a 5 anni seguendo i miei genitori e fino all’adolescenza le nostre vacanze sono sempre state in agriturismi in giro per l’Italia a fare trekking. Ho imparato quasi subito a montare alla buttera con le selle chiamate bardelle e le redini tenute in una mano sola, con quell’aria alla John Wayne, senza cap, senza stivali e con i calzari di cuoio fatti fare su misura in un paesino chiamato Blera. Ho dormito sotto le stelle con i cavalli legati a pochi metri dalle nostre tende, mi sono lavata i denti al fiume mentre il cavallo si abbeverava, ho dormito nelle tende tipiche dei butteri, insomma ho vissuto un sogno in totale libertà. Finché non ho pensato di trasformare questa passione vacanziera in un vero e proprio sport. Equitazione.

Sono caduta decine e decine di volte, ho preso paura, sono stata morsa, pestata, sgroppata, ho deciso di risalire “perché se quando cadi non rimonti immediatamente non sali mai più“. Ho provato il salto ad ostacoli, mi sono spinta oltre i miei limiti.

Volevo dimostrare.

Vedevo gli altri ai concorsi la domenica così fieri, così sicuri di sé, macinare ostacoli su ostacoli. Barriere, siepi, terrapieni, oxer. Li vedevo cadere e ricominciare, li vedevo vincere, uscire con il cavallo a redini lunghe, mollate sul collo come a dire “bravo amico mio“……e volevo essere come loro. Volevo la retina nei capelli che vedevo alle ragazze uscire da sotto il cap. Ma io non ero come loro. Io avevo paura. Avevo mal di pancia ogni volta che sellavo il cavallo, avevo mal di pancia la sera prima, avevo mal di pancia quando dopo l’ultimo giro di trotto il maestro iniziava a dire: “guarda l’ostacolo, guarda l’ostacolo, sii decisa, altrimenti il cavallo lo sente, non alzarti prima, dai gambe, tieni quelle redini!“..la testa vorticava e io riuscivo solo a pensare: “ora cado, ora rifiuta, adesso si pianta davanti alle barriere e io volo, non ce la farò mai“. L’ho pensato e ripensato tante di quelle volte che alla fine è successo. Come spesso (non sempre per fortuna) accade nell’equitazione i maestri e le società vogliono allevare campioni e mettono in campo anche chi non è ancora pronto, senza fermarsi a capire se e quando lo sarà mai. Quel giorno il maestro aveva deciso di alzare il muro, ora non ricordo di quanto ma so che era alto. E so che quando l’ho visto a piedi, prima di montare, ero terrorizzata.

Avrei dovuto fermarmi ma volevo dimostrare che potevo farcela. A chi non lo so. Sono salita tremando, ho iniziato a fare il giro del campo al trotto guardando l’ostacolo, cercando di rimandare il più a lungo possibile il momento di rompere al galoppo e affrontarlo. E quando l’ho fatto mi sono alzata troppo presto dalla sella: quando mi sono staccata e mi sono allungata in avanti verso la criniera, lasciando un poco le redini affinché capisse che doveva puntare l’ostacolo lui stava ancora facendo le ultime falcate. Quando è stato pronto per saltare ed ha alzato le zampe davanti io mi sono seduta. Solo che in quel momento lui stava atterrando per cui le zampe posteriori erano tese al massimo e si è creata una specie di catapulta. Io mi sedevo e lui si alzava. Bisognerebbe stare in piedi sulla sella mentre il cavallo salta e non seduti, altrimenti il contraccolpo può essere fortissimo. E così è stato. Legamenti rotti e abbandono, dopo 17 anni, dell’equitazione.

Questa è stata una sconfitta. Non lo sarebbe stata capire che non faceva per me, che non ero pronta. Ho perso tutto perché volevo dimostrare a chissà chi che ero qualcosa di diverso da quella che ero veramente.

In tutto questo i miei hanno sempre appoggiato ogni scelta. Senza mai forzarmi, senza insistere, senza chiedere, senza pretendere ma soprattutto senza aspettarsi nulla da me. Mi sono sempre sentita libera. Mie le colpe, miei gli errori, mia la sconfitta. Addirittura non volevano nemmeno che facessi salto ostacoli.

Quando è stato il turno di Alessio l’ho investito di una vita di rimpianti.

L’ho trasformato nel mio riscatto, nella mia rivincita. Lui era me: era la me che non mollava, la me che non si arrendeva mai, era quello che io non ero stata. L’ho praticamente obbligato per anni a fare uno sport che non amava non capendo nessuno dei segnali che mi mandava, continuando ad insistere perché io volevo che lui amasse il taekwondo. Mai mi sono fermata, non volevo nemmeno sentire parlare di “mollare”, mi faceva orrore solo la parola. L’ho caricato di ansia, aspettative, non l’ho ascoltato, o meglio lo sentivo ma minimizzavo, lo convincevo, non ascoltavo veramente e quando lui vinceva era come se io avessi finalmente saltato quell’ostacolo senza cadere.

Mi ci sono voluti tre anni per capire che lui è un essere umano diverso da me, con le sue aspirazioni – che non sono le mie -; con le sue paure – che non sono le mie infatti lui scia, cosa che a me fa terrore! -; con le sue passioni – che non sono le mie, infatti suona la tromba da due anni e io non so nemmeno leggere una nota -….

Adesso finalmente ho capito. Sono libera e ho liberato anche lui.

Ora può essere ciò che è senza l’incombenza ed il peso di una madre pronta a giudicare. Adesso mi sento una madre che accoglie, che sta a guardare come muove i suoi primi passi nel mondo, che accetta le sue scelte e le rispetta perché io e lui non siamo la stessa cosa, ma soprattutto perché lui non è e non potrà mai incarnare ciò che io non sono riuscita ad essere.

 

 

 

 

 

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